I colori di Istanbul

mattonella
Quest’estate ho letto “Il mio nome è Rosso”, di Palanuk, un romanzo squisito per le sue atmosfere, il suo ritmo, la malinconia e il profondo significato dietro ogni gesto, dietro ogni parola.
Avevo visto anche qualche film turco, di registi locali, ma non ero mica pronta a respirare tutti i colori di Istanbul, che sono come nel libro, il rosso, il dorato, il nero, ma poi ci sono il blu (tanto blu, il blu delle mattonelle del palazzo del Sultano, della Moschea, del cielo, del Bosforo, del Corno D’oro e dei riflessi nelle pozzanghere dopo la pioggia), il giallo (anche quello dei taxi, anzi “tacsi”) e le luci di notte, soprattutto quelle dei ponti. I colori e gli odori delle spezie, il tutto in una simulazione incredibile di calma apparente, che nessuna città di mare che ho visto prima potrebbe vantare. Il mare è lì, dentro la città, eppure lo si attraversa in barca, in volo, a piedi, senza troppa cura. La città sembra ancora più grande e imponente nel mare, con la sua tranquillità e la sua immensa estensione che dal finestrino dell’aereo per quanto ci abbia provato, non sono riuscita a cogliere tutta intera con un solo sguardo.

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